Il 23enne di Campodipietra trovato senza vita il 24 febbraio. La famiglia contesta l'ipotesi del cocktail di farmaci: «Segni sospetti sul corpo». Spuntano lettere mai spedite in cui chiedeva il trasferimento.

CAMPOBASSO / ASCOLI PICENO – Resta avvolta nel mistero la morte di Joshua Di Carlo, il giovane molisano di soli 23 anni deceduto lo scorso 24 febbraio all'interno del carcere di Ascoli Piceno. La prima fase dell'esame autoptico, eseguito presso l'obitorio dell'ospedale "Mazzoni", non ha fornito risposte certe sulle cause del decesso, lasciando aperto un caso che scuote la comunità di Campodipietra.
La Procura di Ascoli ha disposto ulteriori accertamenti medico-legali, affidando l'incarico a un secondo anatomopatologo per completare un quadro clinico che, al momento, appare frammentario e contraddittorio.
La versione ufficiale fornita inizialmente dall'istituto penitenziario ipotizzava un decesso causato dall'assunzione di un cocktail di farmaci. Una ricostruzione che però non convince affatto i familiari, assistiti dagli avvocati Silvio Tolesino e Valentina Puca.
Durante il riconoscimento della salma, i parenti avrebbero notato segni definiti "inquietanti":
Un vistoso livido sulla fronte.
Tracce di sangue sul viso.
«Dobbiamo attendere gli esami biologici e tossicologici per avere certezze», ha dichiarato l'avvocato Tolesino. Al momento, il magistrato ha negato il nulla osta per la restituzione della salma alla famiglia, segno che l'autorità giudiziaria intende procedere con estrema cautela.
Un elemento centrale dell'indagine riguarda il contenuto di alcune lettere scritte dal 23enne e ritrovate nella sua cella, ma mai inviate. In quegli scritti, Joshua esprimeva forte preoccupazione per la propria incolumità e il desiderio di essere trasferito in un altro istituto.
Recentemente il giovane era rimasto coinvolto in una rissa tra detenuti, episodio che potrebbe essere collegato al clima di tensione descritto nelle lettere. La difesa ha già depositato una memoria in Procura per chiedere che si faccia luce su eventuali omissioni nella vigilanza o aggressioni subite. Joshua stava finendo di scontare una pena residua per reati definiti "minori". Mancavano poche settimane alla libertà, un dettaglio che rende ancora più difficile per i familiari accettare l'ipotesi di un gesto estremo o di una tragica fatalità legata agli stupefacenti.
Le indagini si concentrano ora sull'analisi dei prelievi biologici e sulla ricostruzione delle ultime ore di vita del ragazzo nel braccio del penitenziario marchigiano. La famiglia chiede verità e giustizia: vogliono sapere se Joshua sia stato vittima di un sistema che non è riuscito a proteggerlo o se dietro quel livido sulla fronte si nasconda una realtà ancora più cupa.








