Il Presidente della Regione commenta la proposta dei commissari. Sull'ospedale di Agnone e la carenza di medici, "La partita è ancora aperta".

CAMPOBASSO – La proposta di riorganizzazione della rete ospedaliera molisana 2025-2027, inviata dai commissari al Ministero della Salute, continua a generare dibattito. Dopo settimane di silenzio, il presidente della Regione Molise, Francesco Roberti, ha commentato la bozza a margine del Consiglio regionale.
Il piano prevede l’istituzione di un Ospedale Regionale del Molise, con il Cardarelli di Campobasso come hub di II livello e i nosocomi di Termoli e Isernia come spoke. L'ospedale "Caracciolo" di Agnone verrebbe invece riconvertito in "ospedale di comunità". La riorganizzazione include anche il taglio delle guardie mediche e un ruolo più significativo per le strutture private convenzionate.
Roberti ha espresso delle riserve sulla proposta, sottolineando che l'assetto non è ancora definitivo. "Noi abbiamo sempre detto che il centro hub per la rete ictus resta il Cardarelli e che Veneziale e San Timoteo non fanno altro che collaborare", ha affermato. Ha poi aggiunto che anche il Neuromed sarà coinvolto per evitare di dover trasferire i pazienti fuori regione. "Vedremo se questo sistema può funzionare e risultare utile al sistema sanitario", ha aggiunto, confermando che il coordinamento con l'Asrem è già in atto.
Il punto più critico del piano rimane il destino dell'ospedale di Agnone e la riduzione delle guardie mediche. Roberti ha ribadito che il problema principale non è la classificazione degli ospedali, ma la carenza di personale medico. "Cambiare il nome a un ospedale, farlo diventare ospedale di comunità o d’area disagiata, non risolve nulla se mancano i professionisti", ha detto.
Il presidente continua a sostenere l'idea che l'ospedale di Agnone possa mantenere il suo status di "presidio d’area disagiata", magari con una collaborazione con la vicina regione Abruzzo. A tal proposito, ha rilanciato la sua proposta di impiegare medici cubani o venezuelani, che si sono dimostrati disponibili a lavorare in aree più difficili. "È da lì che bisogna partire", ha concluso Roberti, ribadendo che la soluzione non sta nel cambiare etichette, ma nel trovare soluzioni concrete per garantire la presenza dei medici sul territorio.






